La vicenda, resa nota dal Corriere dell’Alto Adige, racconta una drammatica storia di violenza psicologica ed economica consumata nel cuore della città.
BOLZANO. Per nove mesi ha vissuto rinchiusa in un seminterrato del quartiere Gries, privata della libertà personale, del denaro e perfino della possibilità di aprire la porta a un corriere. Una prigionia domestica silenziosa, lontana da ogni stereotipo sul disagio sociale, che ha avuto come vittima una giovane ingegnera originaria del Marocco, arrivata in Alto Adige dopo un matrimonio combinato.
Secondo quanto ricostruito dal Corriere dell’Alto Adige, la donna – chiamata Fatima con un nome di fantasia – aveva raggiunto il marito a gennaio 2025. Lui, ricercatore universitario, esercitava un controllo totale: finestre coperte, uscite vietate, cinquanta euro al mese senza accesso al bancomat, abiti imposti e perfino il controllo su cosa e quanto mangiare. Nessuna violenza fisica, ma una pressione psicologica costante e soffocante.
«Vivevo come una schiava, non come una sposa», avrebbe poi raccontato agli investigatori della Questura di Bolzano.
Il corso di italiano che cambia tutto
La svolta arriva grazie a un corso di lingua italiana frequentato presso la Cooperativa Voltaire di via Roma. Nonostante il marito la accompagnasse e controllasse ogni spostamento, durante una lezione la donna crolla in un pianto disperato e racconta la sua situazione.
La responsabile dei progetti europei, Lorena Grasso, attiva immediatamente una rete di protezione coinvolgendo il Centro antiviolenza Gea. Per settimane viene organizzato un vero e proprio “corso fantasma”, unico pretesto per permettere a Fatima di uscire di casa e pianificare la fuga senza destare sospetti.
La fuga e la rinascita
A settembre il piano si concretizza. La donna si presenta a scuola con una borsa contenente solo l’essenziale: documenti e trucchi. Da lì un taxi la conduce in una struttura protetta. Al marito arriva un ultimo messaggio: «Non cercarmi più».
L’uomo denuncia la scomparsa, ma la rete di protezione regge. Oggi Fatima è al sicuro, seguita dalle istituzioni e in attesa degli sviluppi giudiziari: il caso è ora all’esame del tribunale.
«Quando l’ho risentita – racconta Lorena Grasso – era serena. Mi ha detto che finalmente può mettere il rossetto tutti i giorni». Un gesto semplice, ma carico di significato: la riconquista della propria identità e libertà.
Una storia che, come sottolinea il Corriere dell’Alto Adige, dimostra quanto l’integrazione, l’istruzione e l’attenzione quotidiana possano salvare vite, anche quando la violenza non lascia lividi visibili.
