Una diagnosi devastante al settimo mese di gravidanza, la nascita prematura della figlia, la chemioterapia, il trapianto di midollo donato dal fratello e oggi l’impegno come volontaria AIL. La storia di Marianne Viskanic di Tirolo è un messaggio di speranza per chi sta affrontando la malattia.
Ci sono storie che raccontano il dolore, ma soprattutto la straordinaria capacità dell’essere umano di rialzarsi. Quella di Marianne Viskanic è una di queste.
Era agosto del 2020 quando, a soli 29 anni e al settimo mese di gravidanza, ricevette una diagnosi che avrebbe cambiato per sempre la sua vita: leucemia mieloide acuta, una forma particolarmente aggressiva della malattia che richiede cure immediate.
Un momento che avrebbe potuto spezzare qualsiasi certezza. Da una parte l’attesa della nascita della sua bambina, dall’altra la necessità di iniziare subito un percorso terapeutico complesso e delicato.
«Quando mi comunicarono la diagnosi ero sotto shock. Ricordo che la mia prima domanda ai medici fu se avrei potuto allattare mia figlia. Può sembrare strano, ma in quei momenti la mente reagisce in modo imprevedibile», racconta oggi.
Per consentire l’avvio tempestivo delle cure, i medici decisero di procedere con un parto cesareo anticipato. La bambina nacque prematura ma in buone condizioni grazie al lavoro del personale sanitario.
«In mezzo a tutta quella sfortuna, i medici mi hanno sempre aiutata a vedere anche le piccole fortune che avevo avuto. Mia figlia era abbastanza grande per nascere e vivere fuori dal mio corpo. E quella è stata la prima grande speranza».
Subito dopo il parto iniziarono le cure. I primi cicli di chemioterapia, il lungo ricovero, il trentesimo compleanno trascorso in ospedale durante il periodo del Covid, lontana dagli affetti e costretta ad affrontare la malattia in un clima di isolamento che ha segnato profondamente migliaia di pazienti in tutta Italia.
Ma la speranza arrivò anche dalla famiglia.
Marianne ha due fratelli e una sorella. Tra loro, uno risultò compatibile per la donazione di midollo osseo.
Nel gennaio 2021 affrontò così il trapianto che le avrebbe cambiato la vita.
«Mio fratello mi ha donato il midollo. Oggi porto il suo gruppo sanguigno, perché quando si sostituisce il midollo che produce il sangue cambia anche quello. È una cosa incredibile da raccontare. La medicina riesce a fare cose che sembrano quasi surreali».
Dopo mesi di cure e controlli, nel settembre dello stesso anno ha potuto interrompere gli immunosoppressori. Da allora la sua vita è progressivamente tornata alla normalità.
A distanza di sei anni, Marianne sorride mentre racconta la propria esperienza. Una serenità conquistata dopo una delle prove più dure che una persona possa affrontare.
«Quando vivi qualcosa del genere, tanti problemi quotidiani smettono di sembrarti problemi. Le priorità cambiano. Ci si concentra sulle cose davvero importanti e la vita diventa più leggera, più felice».
Ma la sua rinascita non si è fermata alla guarigione.
Proprio durante le frequenti visite al Day Hospital, Marianne scoprì l’attività dell’AIL, l’Associazione Italiana contro Leucemie, Linfomi e Mieloma.
«Vedevo i volantini e pensavo che un giorno avrei voluto aiutare le persone che sarebbero arrivate dopo di me. Sentivo di dover restituire qualcosa».
Da quel desiderio è nato il suo impegno come volontaria. Un percorso iniziato pochi mesi dopo il trapianto e che continua ancora oggi con la stessa energia che l’ha accompagnata durante la malattia.
La sua presenza accanto ai pazienti e alle famiglie rappresenta una testimonianza concreta di ciò che la ricerca scientifica, la solidarietà e la donazione possono rendere possibile.
«Quando le persone mi vedono oggi, nessuno immagina che abbia avuto una malattia così grave. Per questo è importante parlarne. Le malattie esistono, sono attorno a noi, ma oggi sono molto più curabili rispetto al passato. Ecco perché bisogna continuare a investire nella ricerca».
Parole semplici ma potenti, che racchiudono il significato più profondo della sua esperienza.
La storia di Marianne non è soltanto il racconto di una malattia sconfitta. È la dimostrazione che dietro ogni diagnosi esistono volti, famiglie, medici, donatori e volontari che ogni giorno combattono insieme una battaglia difficile.
Ed è soprattutto la prova che, anche nei momenti più bui, la speranza può trovare il modo di farsi strada.
