Dopo la designazione dei presidenti delle sette società partecipate, il Team K critica il metodo delle nomine e rilancia le proposte per introdurre criteri di competenza e trasparenza. Sullo sfondo, il tema delle poltrone pubbliche utilizzate per consolidare gli equilibri politici.
BOLZANO – Appartenenza politica, gruppo linguistico e genere. Sarebbero questi, secondo il Team K, i criteri che hanno guidato le recenti nomine ai vertici delle sette società partecipate di Alperia. Ma tra gli elementi che dovrebbero orientare la scelta di chi è chiamato a guidare aziende strategiche per il territorio, una domanda rimane aperta: quale peso viene attribuito alle competenze specifiche nel settore energetico?
La polemica arriva dopo la formalizzazione, da parte del Consiglio di amministrazione di Alperia, dei presidenti delle sette società partecipate, nell’ambito di un accordo politico tra Svp e centrodestra. Secondo i dati riportati dal Team K, le nomine prevedono tre italiani su sette, due donne e cinque uomini. Una ripartizione che, per la formazione guidata da Paul Köllensperger, evidenzierebbe la centralità degli equilibri politici e delle rappresentanze rispetto all’esperienza professionale.
Poltrone pubbliche o responsabilità aziendali?
Il tema non è secondario. Alperia è un gruppo pubblico che opera in settori strategici per famiglie e imprese, dall’idroelettrico al trading energetico, passando per il teleriscaldamento e la distribuzione elettrica. Secondo il Team K, lo scorso anno il gruppo ha distribuito 38 milioni di euro di dividendi alla Provincia e ai Comuni, mentre la presidenza di ciascuna delle sette società comporta un compenso annuo di 35.000 euro.
In questo contesto, la scelta dei presidenti dovrebbe rispondere a una domanda fondamentale: quali competenze possono mettere a disposizione dell’azienda e quale valore aggiunto sono in grado di garantire?
Il ruolo di un presidente, infatti, non dovrebbe esaurirsi nella rappresentanza istituzionale o nella partecipazione alle riunioni del consiglio. Chi ricopre questo incarico è chiamato a contribuire all’indirizzo strategico, alla supervisione della gestione, alla valutazione dei rischi e al controllo dei risultati, nel rispetto delle responsabilità previste dalla legge e dalle regole societarie.
È proprio su questo punto che si concentra la critica del Team K: quando le nomine vengono percepite soprattutto come il risultato di accordi tra partiti, il rischio è che la competenza passi in secondo piano e che incarichi di responsabilità vengano considerati strumenti di distribuzione del potere.
Si apre così anche una questione più ampia, che riguarda il rapporto tra politica e società pubbliche: le presidenze vengono assegnate per individuare le persone più adatte a guidare le aziende oppure possono diventare anche un modo per ricompensare fedeltà, sostegno elettorale e lavoro svolto nelle campagne politiche?
Il comunicato del Team K non documenta che le singole nomine siano state effettuate per premiare persone impegnate nella raccolta dei voti. Solleva però un problema di metodo: senza procedure trasparenti e criteri verificabili, diventa più difficile distinguere una scelta basata sul merito da una dettata dagli equilibri politici.
«Non è una questione di persone, ma di metodo»
«Non solo Alperia, purtroppo vediamo lo stesso modello in tutte le società pubbliche. Il sottobosco di governo serve oggi ai partiti per distribuire poltrone, senza alcun rispetto per le aziende stesse, che spesso svolgono un ruolo decisivo nei servizi pubblici», dichiara Paul Köllensperger.
Il consigliere provinciale sottolinea che la critica non è rivolta alle singole persone nominate, ma al sistema attraverso cui vengono individuati i vertici delle partecipate.
Già nel luglio 2024, il Team K aveva presentato in Consiglio provinciale una proposta per riservare una quota dei posti nei consigli di amministrazione a professionisti con un percorso di studi coerente con il settore di riferimento e almeno cinque anni di esperienza specifica. La proposta prevedeva anche la creazione di un albo pubblico dei candidati idonei.
A sostegno della propria posizione, il movimento cita il modello di Dolomiti Energia, che rendiconta annualmente le competenze presenti nel proprio consiglio di amministrazione, distinguendole tra ambiti come energia, diritto, finanza e industria.
Secondo il Team K, nelle società altoatesine il rischio è invece quello di privilegiare profili selezionati attraverso canali politici, senza garantire un’adeguata esperienza nel comparto in cui l’azienda opera.
A Bolzano si chiede una riforma della Commissione nomine
La stessa impostazione è stata portata anche a livello comunale. Lo scorso settembre, i consiglieri Matthias Cologna e Thomas Brancaglion hanno presentato una proposta di riforma della Commissione nomine del Comune di Bolzano, il cui regolamento di riferimento risale al 1995.
La proposta prevede la pubblicazione online delle posizioni disponibili e dei requisiti richiesti, la possibilità di autocandidarsi, una valutazione affidata a una commissione indipendente di esperti e la pubblicazione di nomi, curricula e verbali. L’obiettivo è inoltre istituire un albo consultabile delle nomine.
«Non togliamo alla politica il diritto di scegliere: chiediamo che scelga tra persone competenti, con un percorso trasparente», affermano Cologna e Brancaglion.
I due consiglieri aggiungono, con una battuta polemica: «Altrove si chiede di tornare a una mentalità da ingegneri. Da noi l’unico requisito che manca dalla lista è conoscere la materia».
Il nodo della fiducia pubblica
La vicenda Alperia riporta al centro un interrogativo che riguarda molte società partecipate: quale dovrebbe essere il confine tra la legittima scelta politica degli indirizzi strategici e la selezione dei professionisti chiamati a realizzarli?
La politica ha il diritto di indicare le proprie priorità e di assumersi la responsabilità delle nomine. Ma quando si tratta di aziende che gestiscono servizi essenziali e risorse pubbliche, la competenza non dovrebbe essere un elemento accessorio, né un requisito da verificare soltanto dopo la designazione.
Il punto non è stabilire a priori che una persona nominata politicamente sia priva delle capacità necessarie. È garantire che tali capacità siano dimostrabili, confrontabili e verificabili, attraverso criteri pubblici e procedure trasparenti.
Perché, se le presidenze delle società pubbliche diventano soprattutto il risultato di accordi e riconoscimenti politici, il rischio è duplice: da una parte, indebolire la fiducia dei cittadini nelle istituzioni; dall’altra, lasciare in secondo piano l’interesse delle aziende e della collettività.
La domanda, dunque, resta: chi guida le società pubbliche deve essere scelto perché è la persona più competente per quel ruolo o perché rappresenta il giusto equilibrio tra i partiti? È su questa alternativa che il Team K chiede di aprire una discussione, proponendo regole capaci di rendere le nomine più trasparenti e orientate al merito.
