La trasparenza retributiva non è più soltanto una questione di equità, ma un elemento sempre più determinante per attrarre e trattenere talenti. Con il recepimento in Italia della Direttiva Europea 2023/970 sulla parità di retribuzione tra uomini e donne, le aziende sono chiamate a rendere più chiari i criteri con cui vengono stabiliti stipendi, aumenti e percorsi di carriera.
Secondo un recente studio internazionale pubblicato dal New York Post e basato su oltre 4.000 interviste, l’81% dei lavoratori considera fondamentale la trasparenza salariale. In sua assenza, il 18% sarebbe disposto a cercare un nuovo impiego, mentre il 37% chiederebbe formalmente alla propria azienda di introdurre politiche più chiare sulle retribuzioni.
Un dato significativo riguarda anche la soddisfazione economica: circa due lavoratori su dieci ritengono il proprio stipendio insufficiente e dichiarano che sarebbe necessario un aumento medio del 32% per sentirsi adeguatamente valorizzati.
«Adeguarsi alla normativa non è solo un obbligo giuridico, ma una straordinaria opportunità per valorizzare le persone e migliorare la qualità delle relazioni», sottolinea Debora Moretti, Co-CEO di Zeta Service, azienda italiana specializzata in payroll, consulenza HR e sviluppo organizzativo.
L’indagine evidenzia inoltre come il 62% dei dipendenti conosca già gli stipendi dei propri colleghi, segnale che la riservatezza salariale è ormai sempre più difficile da mantenere. Nelle aziende con una presenza internazionale la percentuale scende al 49%, ma resta comunque significativa.
L’impatto della trasparenza varia anche in base al settore e all’età dei lavoratori. Nei comparti dei servizi professionali, scientifici e tecnici, una maggiore chiarezza sulle retribuzioni è associata a una riduzione del turnover del 36%, mentre nei settori dell’ospitalità, della ristorazione e del commercio al dettaglio il calo si attesta al 28%.
Sul piano generazionale, i Millennials sono i più sensibili al tema: per questa fascia d’età, una maggiore trasparenza salariale è correlata a una riduzione del turnover del 32%, seguiti dalla Generazione X (-28%) e dai Baby Boomer (-21%). Diverso il comportamento della Generazione Z, per la quale la trasparenza sembra incidere meno sulla fidelizzazione.
Secondo Francesca Verderio, Training & Development Practice Leader di Zeta Service, per i Millennials la trasparenza «non rappresenta un benefit, ma una componente naturale della cultura organizzativa», diventando così un elemento centrale anche per l’employer branding e la capacità delle imprese di trattenere competenze qualificate.
Non solo fidelizzazione: la trasparenza retributiva può tradursi anche in una maggiore produttività. Uno studio pubblicato sul Journal of Economic Perspectives evidenzia infatti come conoscere i criteri che regolano promozioni e aumenti incentivi l’impegno dei dipendenti, soprattutto nei contesti meritocratici.
Per accompagnare le aziende nell’applicazione della nuova normativa, Zeta Service ha annunciato la nascita di un Hub dedicato alla Pay Transparency, con webinar, incontri e momenti di confronto rivolti a manager e responsabili delle risorse umane, con l’obiettivo di affrontare non solo gli aspetti normativi, ma anche quelli organizzativi e culturali legati alla gestione delle retribuzioni.
