Il ritorno in ufficio rischia di trasformarsi in un boomerang per aziende e lavoratori. Soprattutto durante l’estate, tra temperature elevate, spazi poco confortevoli e postazioni inadeguate, la presenza obbligatoria può incidere negativamente sulla concentrazione, sul benessere e, di conseguenza, sulla produttività.
A evidenziarlo è un sondaggio condotto da The Harris Poll per conto di National Business Furniture su un campione di 1.057 lavoratori dipendenti negli Stati Uniti. Il dato più significativo è che il 73% di coloro che sono costretti a lavorare sempre in sede si dichiara frustrato e insoddisfatto del proprio spazio di lavoro.
Le conseguenze emergono anche nella quotidianità lavorativa. Il 57% degli intervistati afferma di avere difficoltà a concentrarsi sulle proprie mansioni, mentre il 52% segnala problemi e frustrazioni legati alla gestione degli spazi comuni e delle sale riunioni. Per il 29%, invece, il disagio si traduce in una costante sensazione di fatica fisica o malessere generale.
Tra le principali criticità figurano gli ambienti troppo rumorosi, le sedute non ergonomiche e la mancanza di privacy. A soffrire maggiormente sono i lavoratori più giovani, tra i 18 e i 34 anni: in questa fascia l’intolleranza verso uffici inefficienti raggiunge l’87%.
Eppure il cosiddetto “Great Return”, il grande ritorno negli uffici dopo gli anni della pandemia, continua a essere un fenomeno in crescita. Secondo i dati riportati nel comunicato, oltre il 50% delle persone impiegate in aziende della Fortune 100 sarebbe oggi soggetto a un obbligo di rientro in presenza, contro il 5% registrato due anni prima. Parallelamente, la quota media globale di lavoratori da remoto sarebbe scesa dal 17,8% del gennaio 2022 all’11,1% del maggio 2026.
Una tendenza che si inserisce anche nel dibattito italiano sullo smart working, reso ancora più attuale dalle ondate di calore estive. Lavorare in ambienti non adeguatamente progettati sotto il profilo termico, acustico e posturale, sommando il disagio agli spostamenti quotidiani nei mesi più caldi, sta spingendo molti lavoratori a chiedere una maggiore flessibilità.
Per Debora Moretti, Co-CEO di Zeta Service, il tema non dovrebbe più essere ridotto alla semplice contrapposizione tra presenza e lavoro da remoto.
«Per troppo tempo abbiamo discusso dello smart working come se fosse una questione di presenza o assenza dall’ufficio. In realtà il tema è un altro: come progettiamo organizzazioni capaci di far lavorare bene le persone. Oggi la competitività passa sempre più dalla qualità dell’esperienza di lavoro che un’azienda è in grado di offrire, non dal numero di giorni trascorsi alla scrivania».
Secondo la manager, la flessibilità rappresenta sempre più una leva strategica per le imprese, basata su fiducia, responsabilità e risultati. Quando gli spazi di lavoro non rispondono alle esigenze delle persone, infatti, non viene compromesso soltanto il comfort fisico, ma possono risentirne anche motivazione, coinvolgimento e senso di appartenenza.
Zeta Service ha scelto di tradurre questo principio in un modello organizzativo concreto: nei mesi di luglio e agosto, tutte le persone dell’azienda lavorano in modalità full remote. Una scelta che, secondo la società, considera la flessibilità non come una concessione, ma come uno strumento capace di conciliare benessere, responsabilità e qualità del lavoro.
Il sondaggio evidenzia inoltre che l’83% dei lavoratori si sentirebbe maggiormente valorizzato se l’azienda ascoltasse e risolvesse le problematiche legate al proprio ambiente di lavoro.
Il messaggio che emerge è chiaro: il futuro dell’organizzazione aziendale potrebbe dipendere sempre meno dal controllo della presenza fisica e sempre di più dalla capacità di creare condizioni di lavoro efficaci, sostenibili e realmente orientate alle persone.
